Skip to content

Musica Fase 2 – Un nuovo adattamento

L’esperienza traumatica espande e contrae i nostri cuori allo stesso tempo. Questo è il grande paradosso e il mistero di tutte le situazioni traumatiche e di quello che stiamo noi tutti vivendo. Questa alternanza di contrazione ed espansione è allo stesso tempo quello che ci permetterà anche di essere resilienti e di crescere dopo la sofferenza.

Questa affermazione, liberamente tradotta da un seminario in inglese, è di Kathy Steele, Direttore Clinico del Metropolitan Counseling Services di Atlanta (USA) e Presidente della International Society for the Study of Trauma and Dissociation (ISSTD).

Proprio da qui vogliamo partire per provare a girarci indietro con una maturata consapevolezza, guardare ciò che fino ad ora è accaduto a causa dell’emergenza sanitaria e mettere un primo punto, voltando pagina, forse per la prima volta da quando tutto è cominciato.


Cosa è successo nel mondo della musica?

Il punto, imprescindibile, di inizio è il dato di realtà.

Il dato di realtà è che a un certo punto il mondo della musica si è congelato. Sono stati annullati tutti i tour e gli eventi, non è stato più possibile andare in studio a registrare, il lavoro di produzione si è rallentato o comunque frammentato. Questo non solo ha portato a una perdita economica spaventosa – c’è chi si è visto mancare le uniche entrare che aveva, ad esempio – ma anche ad una profonda sofferenza psicologica, dovuta ad una vera e propria mancanza di prospettiva.

Le domande che tutti ci siamo fatti sono state: “quando finirà tutto questo? E quando finirà, come faremo a rialzarci? Come possiamo tornare alla vita di prima?

Finché non ha piovuto sul bagnato e abbiamo cominciato a capire che, almeno per il momento, non si torna alla vita di prima, ma bisogna adattarsi a una vita Fase 2, a una ripartenza che altro non è che un nuovo adattamento.


Da dove (ri)cominciare, allora?


Cominciamo con l’analizzare il termine Emergenza. La parola emergenza ha due significati: il primo è “situazione critica”; il secondo è “qualcosa che emerge”. Ma abbiamo mai riflettuto sulla reale valenza di questo secondo significato? Sicuramente questa situazione ci ha offerto l’opportunità di farlo, più o meno consapevolmente.  

Infatti, ci siamo accorti come questa stessa situazione abbia rivelato delle nuove possibilità, quali ad esempio fare musica e lavorare nella musica anche attraverso e grazie a nuove metodologie e tecnologie. L’incertezza e la paura, ma anche l’intraprendenza e la voglia di rialzarsi, hanno generato e stanno ad oggi generando quella che potremmo chiamare un’arte 3.0. Abbiamo scoperto che in qualche modo un lavoro in remoto è possibile. Magari è ancora poco appagante, va sicuramente ripensato e modellato meglio, ma resta un’alternativa plausibile e necessaria.

Come per la Fase 1 e la Fase 2 dettate dal governo italiano, anche nel mondo del music business c’è stata prima una Fase 1, in cui gli artisti e i professionisti sono stati messi in ginocchio, costretti a fermarsi “a tempo indeterminato” e poi una Fase 2 in cui è stato, più o meno esplicitamente, richiesto di attuare una ristrutturazione del lavoro. Ciò è valso un po’ per tutti, non solo per quelli che la musica la compongono e la interpretano, ma anche – forse soprattutto – per tutti coloro che lavorano “dietro le quinte”: i fonici, i tecnici di palco, i roadie, i responsabili di camerino.

Gli artisti, quelli abituati a stare sul palco, hanno trovato nei social – ad esempio nelle live su Instagram – un’alternativa all’immobilità forzata, una strategia per far fronte al vuoto e alla paura. I cosiddetti music workers, invece, in che modo hanno potuto digerire i propri sentimenti di frustrazione e sconforto? Inventandosi dei modi per missare a distanza, per scambiarsi i materiali tramite le piattaforme cloud, per aiutare gli artisti che seguono a trovare un modo per registrare dal proprio salotto, anche se a disposizione avevano solo il microfono dell’Iphone.

La risorsa più lampante è stata, ancora una volta, la creatività.

Ci siamo armati di tanta pazienza e buona volontà e siamo diventati flessibili e abbiamo scoperto ed esplorato nel profondo il reale significato del concetto di resilienza.


Qual è il valore di questo vissuto?


In psicologia, l’emergenza sanitaria dovuta al Coronavirus si può definire come un evento critico o sensibile, ovvero un momento in cui vi è in atto una crisi e siamo particolarmente sensibili alle modificazioni. Ma è proprio dalla crisi che si origina il mutamento, la nuova omeostasi, il ritrovato equilibrio.

Il nostro percorso di vita altro non è che un vero e proprio susseguirsi di eventi critici, di difficoltà, più o meno gravi, che dobbiamo affrontare, gestire e superare, trovando costantemente nuove soluzioni e rinnovate risorse.

Lo spazio in cui ci troviamo è quello che sta in mezzo, tra la difficoltà e il suo superamento, ed è esattamente lo spazio in cui si annida la possibilità di crescita e quindi di cambiamento.

Certamente il momento che stiamo vivendo non è paragonabile ad altri eventi critici più comuni, come la fine di una relazione, il provino scartato, o il colloquio di lavoro andato male, però da queste esperienze che già abbiamo superato, possiamo e dobbiamo attingere per chiederci: quella volta che ho pensato che non ce l’avrei mai fatta e che poi alla fine ce l’ho fatta, come ho fatto? Su chi e su cosa ho potuto contare? A quali risorse ho attinto? Invece, quella volta che non ce l’ho fatta, come ho superato quel fallimento?


Cosa possiamo fare?


L’invito è sempre quello innanzitutto di non passivizzarsi davanti all’ostacolo, anche se percepiamo quell’ostacolo come più grande di noi (come nel caso del Covid-19), ma piuttosto di provare a responsabilizzarsi, uscendo da quella sensazione che porta a vedersi inerti.

Cerchiamo di vederci come individui che possono fare il loro pezzetto e che quel pezzetto, seppur piccolo può creare un movimento.

Se possiamo realmente guardare a questa situazione, a questo evento critico, come ad una possibilità, allora vuol dire che all’interno di questa difficoltà, di questo momento di stallo, possiamo ritrovare quel carburante che ci permette di reinventarci e di valicare i limiti, nella misura in cui la realtà dei fatti ce lo rende possibile.

Guccini nella sua L’avvelenata, tra le cose serie da fare ha il “costruire su macerie”: tocca farlo anche a noi e abbiamo tutte le carte in regola per riuscirci, soprattutto se partiamo cambiando il nostro assetto psicologico e ci rimettiamo in discussione.


Focalizzarsi su ciò che ognuno di noi può fare per sé, per superare l’impasse, è largamente più efficace che aspettare e sperare che le cose si sistemino.


Infine, invitiamo tutti i nostri lettori a rivolgere a sé stessi alcune domande, non necessariamente per trovare una risposta, ma per concepire una riflessione che può condurre verso nuove mete di pensiero.

Quali competenze ho all’interno del mio ambito professionale?

In che modo posso spenderle in maniera diversa o collaterale?

E ancora, quali competenze ho al di fuori del mio ambito professionale?

In che modo posso spenderle integrandole all’interno dell’ambito o, perché no, diversamente?

Se è dunque vero che per comprendere la complessità e per farle fronte è utile partire dalle cose semplici, è allora necessario che proviamo a pensare a noi stessi, alle nostre abilità, alle nostre passioni, fuori e dentro al nostro ruolo professionale, così che si possano individuare quelle competenze e risorse in grado di garantire non solo la sopravvivenza economica, intellettuale e psicologica. Questo non deve in alcun modo voler dire abbandonare un sogno, ma piuttosto lavorare per renderlo ancora possibile, nonostante tutto.



di Arianna Papagiorgio e Michela Galluccio