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Mindfulness per musicisti: il suono della consapevolezza

Negli ultimi anni si sta assistendo a un crescente interesse per le discipline orientali volte al miglioramento del benessere psicologico e fisico: non serve essere addetti ai lavori per rendersi conto di quanto lo yoga, la meditazione e pratiche affini si stiano espandendo a macchia d’olio. Possiamo assumere come regola generale dell’andamento dei comportamenti umani il fatto che se una certa condotta si diffonde tra la gente, vuol dire che funziona per gli scopi che essa si propone. Insomma, se sempre più persone stanno scoprendo e praticando queste discipline non è solo per il fascino del freak: un motivo ci sarà!


Tra le pratiche più in voga c’è sicuramente la mindfulness.

La mindfulness nasce in seno alla psicologia, da una occidentalizzazione e sistematizzazione delle tecniche della meditazione vipassana, ripulite dagli elementi religiosi e mistici, che sono state per la prima volta protocollate da John Kabat-Zinn, un biologo molecolare che nel 1979 fondò la prima clinica per la riduzione dello stress attraverso lo sviluppo della consapevolezza.
Le ricerche, tutt’oggi in continuo aggiornamento, stanno conferendo alla mindfulness una solida base scientifica, dimostrando la sua utilità in molteplici campi di applicazione.


Cosa è la mindfulness e perché potrebbe interessare ai musicisti?


Seguendo una delle sue definizioni più famose (John Kabat-Zinn, 1994), la mindfulness consiste nel prestare attenzione in un modo particolare:
1) Intenzionalmente
2) Al momento presente
3) Senza giudicare

In altre parole, la mindfulness è un esercizio di direzione intenzionale dell’attenzione verso un oggetto, un’azione, una sensazione, che sia nel momento presente, senza giudicare, e in uno stato mentale di apertura e curiosità. Attraverso la mindfulness, si impara a calarsi totalmente nel momento presente e ad essere pienamente consapevoli di quello che sta succedendo.

Per chi suona, canta, scrive, produce, è subito intuibile come questo tipo di asset mentale possa aiutare nel proprio lavoro. Bene, questa intuizione è sostenuta da una serie di ricerche scientifiche che stanno dimostrando gli effetti della pratica mindfulness per gli artisti.


Possiamo riassumerne i più importanti:


Miglioramento degli stati emotivi connessi alla performance
La musica può rappresentare per i musicisti una vera e propria fonte di stress (come ogni lavoro, d’altronde). Le continue sfide, l’esposizione al giudizio altrui, il perfezionamento della tecnica di esecuzione, la ricerca di continui stimoli ed elementi innovativi per la propria arte, possono portare ad elevati stati di angoscia e ansia, i quali, oltre a rappresentare un pericolo per la salute mentale, hanno effetti negativi di un certo rilievo nella performance stessa, andando a creare un circolo vizioso autoalimentante (Antonini Philippe e Güsewell, 2016). La mindfulness sta ampiamente dimostrando la sua forza nel miglioramento di questi stati psicologici negativi (le ricerche abbondano, tra le meta-analisi più recenti si veda Blanck et al., 2018), aiutando a trattare i pensieri svalutanti ed ansiogeni per quello che sono: solo pensieri. Il praticante impara a prendere la giusta distanza dalle proprie elaborazioni cognitive, riuscendo ad osservarle e a non comportarsi (e sentirsi) come se fossero la realtà. Ancora una volta: i pensieri sono solo pensieri e la nostra mente è fatta per crearli in modo automatico, ma è possibile modificare il modo in cui si reagisce a tali pensieri (John Kabat-Zinn, 2018).


Miglioramento della performance
La sustained attention promossa dalla mindfulness (Parasuraman, 1998; Posner & Rothbart, 1992), ovvero la capacità di mantenere il focus attentivo verso un solo oggetto per un lungo periodo di tempo (con “oggetto” s’intende oggetto di attenzione, che può essere anche una qualsiasi azione svolta), risulta essere una condizione fondamentale sia nei processi di apprendimento che nella ripetizione ed esecuzione delle azioni apprese. In altre parole, la mindfulness aiuta ad apprendere meglio (che sia un testo di una canzone, il movimento di un esercizio di tecnica o la memorizzazione di una catena di plug-in) e a performare meglio le abilità apprese (essendo calati nel momento presente, si riducono le possibilità di sbagliare).


Miglioramento del coinvolgimento emotivo durante la performance
Per quanto l’esecuzione musicale sia per una buona percentuale un fatto di memoria, attenzione e concentrazione, quindi un retaggio del cervello, la bellezza e la magia nascono dal cuore (Hunter & Schellenberg, 2010). L’adesione al momento presente porta ad una maggiore intimità con i propri stati emotivi e una più consapevole capacità di “farli parlare”, rendendo l’esecuzione musicale più intensa sia per il musicista che per l’ascoltatore.


Lungi dall’averne fatto una trattazione esaustiva, questo articolo ha lo scopo di incuriosire.


Se sei un/una musicista, come l’autore di queste righe, probabilmente ti sarà capitato di scontrarti con un nemico impossibile da battere: te stesso.

Un antico detto dice “se non puoi batterli, unisciti a loro”, ed è probabilmente questa la chiave: smettere di spingere nella direzione opposta di dove sta andando la nostra mente, e iniziare ad assecondarla, prenderla per mano e guidarla dove vogliamo noi. È facile? Assolutamente no. Ma se sei un/una musicista… le cose facili non ti sono mai piaciute.

Bibliografia

  • Antonini Philippe, R., and Güsewell, A. (2016). La simulation de concours d’orchestre: analyse qualitative et située de l’activité des musiciens. Cah. Soc. Québécoise Rech. Musique
  • Blanck, P., Perleth, S., Heidenreich, T., Kröger, P., Ditzen, B., Bents, H., & Mander, J. (2018). Effects of mindfulness exercises as stand-alone intervention on symptoms of anxiety and depression: Systematic review and meta-analysis. Behaviour Research and Therapy, 102, 25-35.
  • Hunter, P. G., & Schellenberg, E. G. (2010). Music and emotion. In Music perception (pp. 129-164). Springer, New York, NY.
  • Kabat-Zinn, J. (1994). Wherever you go, there you are: Mindfulness meditation in everyday life. New York: Hyperion Books
  • Kabat-Zinn, J. (2018). The healing power of mindfulness: A new way of being. Hachette UK.
  • Parasuraman, R., Warm, J.S., Judi S.E. (1998). Brain systems of vigilance. In Parasuraman (Ed.), The attentive brain (pp. 221-256). Cambridge, MA: MIT Press
  • Posner, M.I., & Rothbart, M.K. (1992). Attention and conscious experience. In A. D. Milner & M. D. Rugg (Eds), The neuropsychology of consciousness (pp. 91-112). London: Academic Press.



di Lorenzo Pagni (Pugni)