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Creatività e disturbi mentali: i meccanismi sottostanti

Quante volte abbiamo incontrato in letteratura il binomio “genio e follia”? Cosa succede quando dietro a quel genio c’è un’intensa sofferenza psicologica? È possibile immaginare che non debba per forza esservi?

Prima di addentrarci nell’analisi di questo legame e dei meccanismi sottostanti, rivediamo le definizioni di creatività e disturbo mentale.


Cosa si intende per creatività?


La Treccani identifica la creatività come una virtù, come la “capacità di creare con l’intelletto, con la fantasia“. In psicologia, la creatività è descritta come un processo di dinamica intellettuale che possiede dei fattori caratterizzanti: particolare sensibilità ai problemi, capacità di produrre idee, originalità nell’ideare, abilità di sintesi e analisi, capacità di definire e strutturare in modo nuovo le proprie esperienze e conoscenze.

Francis Galton l’ha definita come una capacità biologica ed ereditaria (1892), mentre nell’ambito delle neuroscienze è considerata come una funzione cerebrale innata che permette l’analisi, l’associazione, l’integrazione e l’interpretazione delle conoscenze pregresse, al fine di generare nuove idee. La creatività implica, dunque, il coinvolgimento di molteplici funzioni e meccanismi, siano essi semplici o complessi, a seconda di ciò che viene generato.

In ogni caso, un ruolo importante viene giocato dal pensiero implicito, cioè quel tipo di pensiero che ciascuno di noi formula quasi inconsciamente, senza dichiararlo ed elaborarlo espressamente e che, associato a conoscenze cristallizzate, è implicato nella creazione di nuove idee. Certamente non tutti gli individui possono essere considerati geniali, ma ognuno di noi possiede un cervello potenzialmente creativo (Escobar & Gómez-González, 2006).


Cosa si intende per disturbo mentale?


Se per la creatività possiamo disporre di tantissime definizioni, lo stesso non vale per il concetto di disturbo mentale, per il quale rimane ancora oggi difficile individuare dei confini chiari in grado di specificarlo.
Assumiamo che ci si riferisca ai disturbi mentali come a manifestazioni di natura biologica, psicologica e comportamentale, associate a un malessere clinicamente significativo, ovvero invalidante dal punto di vista sociale, emotivo, psicologico, che mina il funzionamento della persona in diverse aree (lavorativa, familiare, individuale) causando una profonda sofferenza.

Al di fuori dei contesti clinici i disturbi mentali non vanno intesi come categorie rigide, inamovibili e uguali per ciascuno. Ogni persona che soffre, soffre a suo modo e quello stesso disturbo, quella sofferenza, può esprimersi in ognuno con una diversa intensità o manifestazione, a prescindere dall’attribuzione diagnostica.

Questo cosa significa? Immaginiamo la sofferenza psicologica come un continuum, ai cui poli abbiamo da un lato un benessere totale, una massima sanità, mentre al polo opposto collochiamo un enorme malessere, gravissimi disturbi clinicamente significativi. È estremamente raro, quasi impossibile, incontrare persone appartenenti al primo polo, bensì è decisamente più probabile potersi collocare in una delle molteplici sfumature che riempiono questo continuum, talvolta anche solo in alcuni momenti della vita.


È per questo motivo che oggi preferiamo riferirci a situazioni specifiche e parlare di persone e non di etichette cliniche e disturbi.


Parlare di caratteristiche o comportamenti specifici, anziché etichettare le persone con una mera terminologia manualistica, aiuta non solo a comprenderle meglio gli individui e ad empatizzare con essi, ma offre un importante contributo per ridurre lo stigma che ancora oggi circonda la sofferenza psicologica.  


Cosa succede dunque quando creatività e disturbo mentale si incontrano?


Vincent van Gogh sembra soffrisse di psicosi maniaco-depressiva, come Schumann (di cui abbiamo parlato in questo topic), Wolfgang Amadeus Mozart, Albert Einstein e Isaac Newton si vocifera fossero affetti della Sindrome di Asperger (ormai assorbita dalla più ampia etichetta dello Spettro Autistico nel DSM-5); ad Alda Merini fu diagnosticato il disturbo bipolare, e la malattia di Friedrich Nietzsche, che tutt’oggi pare difficilmente identificabile, è ancora fonte di un acceso dibattito tra gli accademici. Amy Winehouse ha combattuto con un grave disturbo alimentare, che l’ha portata alla scomparsa prematura (ne abbiamo parlato qui), mentre Jim Morrison ha conosciuto le difficoltà del disturbo borderline di personalità.


Pittori, musicisti, scienziati, poeti, filosofi: la storia è letteralmente costellata di personaggi la cui spiccata creatività è stata associata alla malattia mentale o, come più comunemente (e sfortunatamente) chiamata, alla follia.


La creatività è un processo generativo, ciò che si genera però non viene creato da zero ma è frutto di una trasformazione di qualcosa che in parte già esiste. Il processo di creazione avviene infatti attraverso le associazioni inconsce che l’individuo compie tra elementi che appartengono al mondo esterno ed elementi che appartengono al proprio mondo interiore, alla propria soggettività. Vengono connesse idee, sensazioni, immagini, percezioni ed emozioni. Ciò che avviene durante l’atto creativo altro non è che un’integrazione tra diversi stimoli percettivi, che possono essere sensoriali, cognitivi e affettivi, a diversi livelli (Chàvez et al., 2004).
Potremmo descrivere il processo creativo come uno scambio continuo tra l’oggettivo e il soggettivo, una connessione profonda tra ciò che vediamo intorno, che ci circonda e ciò che ci risuona dentro.


Ciò che ancora affascina e non è chiaro, è quale sia il confine che la creatività supera, nella sua espressione emotiva e cognitiva, al fine di trarre linfa, nutrimento, ispirazione da uno stato psicopatologico e se davvero questo processo sia così lineare come sembra.


Cosa ci dice la scienza?

È la fame creativa a predisporre l’insorgenza e lo sviluppo del disturbo mentale o viceversa?

La psicopatologia aumenta o diminuisce la creatività?

Tra le due vi è una relazione di causa-effetto o di compresenza?

È forse più opportuno inscrivere questo processo all’interno di una cornice più circolare di reciproca influenza?


In letteratura scientifica, gli studiosi hanno preso in considerazione diversi fattori che possono essere associati sia all’insorgenza di un disturbo mentale che all’espressione della creatività.


I processi chimici cerebrali

Una recente ricerca (De Manzano et al., 2010) ha mostrato come persone sane, fortemente creative e connotate da un buon pensiero divergente, abbiano un funzionamento del sistema dopaminergico simile a quello di chi soffre di schizofrenia, che a sua volta è simile al funzionamento dopaminergico implicato nel disturbo bipolare (Kaufman, 2014). La dopamina, infatti, gioca un ruolo importante non solo nella modulazione dell’umore (Iannella, 2010), ma anche nell’esplorazione conoscitiva, nella ricerca della novità e nella spinta creativa (Flaherty, 2005).


Le caratteristiche di personalità

La creatività è spesso associata a persone dal comportamento inquieto, sovraeccitate, bisognose di esplorare, non solo in termini di idee ma anche di emozioni e sensazioni, costantemente alla ricerca di stimoli che possano arricchire la loro esperienza e la loro produzione artistica.
Tali caratteristiche di personalità possono essere effettivamente correlate alla psicopatologia (Escobar & Gómez-González, 2006), diventando fattori di rischio o di protezione per l’insorgenza e lo sviluppo di un disturbo mentale.


☝✌ Le varianti genetiche

Robert Power (2015), in una recente ricerca sulla genetica e la creatività, ha mostrato come quest’ultima sia almeno in parte attribuibile a comuni varianti genetiche le quali, avendo in sé le caratteristiche di fattore di rischio che predispongono alla malattia psichiatrica, possono alternativamente esitare in un disturbo oppure esprimersi come vena creativa. Resta ancora oggi da chiarire da cosa questo derivi e in quale misura l’esito dipenda da fattori genetici che predispongono alla malattia e quanto, invece, da fattori ambientali.




L’origine del binomio creatività-disturbi mentali potrebbe, quindi, nascere dal fatto che persone creative e persone con un disturbo conclamato talvolta presentano un funzionamento biologico simile (come ad esempio quello dopaminergico), delle caratteristiche di personalità in comune o una condivisione di alcuni geni.

ATTENZIONE!

Sarebbe un grave errore – sia a livello clinico che ontologico – etichettare automaticamente come patologiche persone sane con un funzionamento o delle caratteristiche simili o sovrapponibili a quelle di persone affette da un disturbo mentale, proprio in virtù del fatto che la natura dell’associazione tra la creatività e i disturbi mentali non può essere definita in maniera lineare, né in una logìa di causa-effetto.


In conclusione, i due elementi, genio e follia, possono di certo coesistere, ma non si può affermare che la psicopatologia e la sofferenza psicologica siano condizioni necessarie e sufficienti alla produzione creativa, indipendentemente dalla forma d’arte che si prende in considerazione.


Bibliografia

  • Chávez R.A., Graff-Guerrero A., García-Reyna J. C., Vaugier V., Cruz-Fuentes C. (2004). Neurobiología de la cretividad: resultados preliminares de un estudio de activación cerebral. Salud Mental, 27(3), 38-46.
  • De Manzano, Ö., Cervenka, S., Karabanov, A., Farde, L., & Ullen, F. (2010). Thinking outside a less intact box: thalamic dopamine D2 receptor densities are negatively related to psychometric creativity in healthy individuals. PloS one, 5(5), e10670.
  • Escobar A., Gómez-González B. (2006). Creatividad y función cerebral. Rev Mex Neuroci, 75(5), 391-399.
  • Flaherty, A. W. (2005). Frontotemporal and dopaminergic control of idea generation and creative drive.The Journal of Comparative Neurology, 493(1), 147–153.
  • Galton F. (1892). Hereditary genius, an inquiry into its laws and consequences. London: Macmillan Fontana.
  • Iannella P. (2010). Dopamine in mood disorders. A critical review of the literature on bupropion in major depressive disorder. Trends Med, 10(1), 27-48.
  • Kaufman, B. S. (2014, September 15). The Real Link Between Psychopathology and Creativity.
  • Tratto da Scientific American: https://blogs.scientificamerican.com/beautiful-minds/the-real-link-between-psychopathology-and-creativity/
  • Power R. A., Steinberg S., Bjornsdottir G., Rietveld C.A., Abdellaoui A., Nivard M. M., Johannesson M., Galesloot T.E. et al. (2015). Polygenic risk scores for schizophrenia and bipolar disorder predict creativity. Nature Neuroscience, 18(7), 953-956.



di Arianna Papagiorgio