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Ansia da prestazione musicale – Cos’è e cosa si può fare

Abbiamo già accennato all’ansia da prestazione in un post sulle recenti dichiarazioni di Fedez (lo trovi qui) il quale ha raccontato ai microfoni di Domenica In di essere stato in contatto con la propria psicoterapeuta durante tutto il Festival a causa del suo stato di ansia eccessiva. 

La dichiarazione di Fedez, come abbiamo già detto, contiene in sé un importantissimo messaggio contro la stigmatizzazione della terapia e promuove un’apertura nel parlarne liberamente e senza vergogna.

Oggi vedremo alcuni elementi dell’ansia da prestazione musicale, utili a capire meglio cosa accade quando questa si manifesta, corredati da alcuni tricks and tips in fondo all’articolo su come prevenire l’insorgenza dello stato ansioso e come limitare i danni quando questo rischia di prendere il sopravvento. 

Cos’è l’ansia da prestazione musicale?

L’ansia da prestazione musicale è inserita all’interno del DSM-5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) come forma di fobia sociale, ma non ne viene fatta un’approfondita analisi sintomatologica. 

Possiamo definirla come uno stato di attivazione multidimensionale, che coinvolge aspetti somatici, emotivi e comportamentali, in un contesto di performance musicale.

In altre parole, quando l’ansia è eccessiva il cuore batte più velocemente, aumenta la sudorazione, potrebbero comparire delle vampate di calore, il cervello non è più in grado di focalizzarsi sul compito da svolgere e il risultato della performance viene compromesso.

Bisogna considerare che l’ansia da prestazione musicale si pone lungo un continuum che va da uno stato di generico arousal (eccitazione) che prepara l’individuo alla performance, a un vero e proprio stato di eccessiva agitazione e confusione, con corrispettivi mentali e somatici che impediscono la libera espressione artistica.

Lo stato nel quale si ritrova il/la musicista può essere considerato l’opposto dell’esperienza di “flow musicale” (Wrigley & Emmerson, 2013), ovvero lo stato di massima intimità tra il/la performer e la sua azione, uno stato in cui il pensiero, le emozioni e il comportamento sembrano scorrere fluidamente verso la stessa direzione: la musica.

Se ti è capitato di vivere episodi del genere, saprai quanto sia difficile riportare la calma e dirigere le proprie energie nella giusta direzione, ma ci sono delle tecniche relativamente semplici che possono esserti di grandissimo aiuto.

Premesso che, qualora questi episodi siano per te relativamente frequenti, sarebbe opportuno valutare un percorso psicoterapeutico con un* professionista, vogliamo darti un esercizio da fare quando senti che la situazione ti sta sfuggendo di mano.

L’ESERCIZIO DEI 10 RESPIRI

In uno stato di forte ansia il nostro cervello genera pensieri negativi, catastrofici, pessimistici. Purtroppo, anche se sarebbe bello, non possiamo in alcun modo evitare che questo accada. Il compito del nostro cervello è proprio questo: generare pensieri

Provare a interrompere un flusso di pensieri in modo diretto sarebbe come dirti “NON pensare a un elefante rosa”… lo stai vedendo davanti a te, vero? 

Tuttavia, possiamo intervenire su quello che viene chiamato “pensiero secondario”, ovvero la nostra reazione al pensiero negativo che si genera in modo automatico. Ritornando all’esempio dell’elefante rosa, non è preoccupante il fatto che tu riesca a visualizzarlo, ma sarebbe preoccupante se iniziassi a pensare che gli elefanti rosa esistono davvero.

Stessa cosa per i pensieri ansiogeni durante un’esibizione: non puoi evitare che il tuo cervello ti dica “farai una brutta figura”, “canterai malissimo”, “parleranno male di te”, ma puoi lavorare sui pensieri che si genereranno in reazione a questi pensieri primari. 

Dopo tutto i pensieri sono solo pensieri, il problema nasce quando reagiamo come se fossero la realtà

Come si fa? Eccoti un semplicissimo esercizio di mindfulness (abbiamo già parlato di mindfulness qui):

  • Trova un posto tranquillo, in cui nessuno potrà disturbarti
  • Siediti comodamente, con la schiena eretta ma non rigida
  • Quando te la senti chiudi gli occhi e concentrati sul tuo respiro
  • Scegli un punto del tuo corpo dove le sensazioni del respiro sono più facili da seguire. Può essere il diaframma che si espande e si ritrae, oppure le narici. L’importante è che tu mantenga l’attenzione sul punto che avrai scelto fino alla fine dell’esercizio.
  • Quando avrai stabilito un contatto, inizia a contare i respiri, dicendo dentro di te il numero del respiro sia in entrata che in uscita (quindi 1 quando inspiri, 1 quando espiri; 2 quando inspiri, 2 quando espiri, e così via)
  • Prova a contare fino a 10 respiri cercando di mantenere la tua attenzione sul respiro
  • Ti accorgerai che non è così semplice come sembra: la mente genererà dei pensieri, ma questo è perfettamente normale. Come abbiamo detto, però, possiamo controllare la nostra reazione a questi pensieri.
  • Quando un pensiero arriva, osservalo come si osserva un oggetto che sta fuori da te: constatane il contenuto e dopo averlo guardato lascialo passare e ritorna al respiro.
  • Se perdi il conto, se la tua mente viene nuovamente invischiata nei pensieri che si generano, nessun problema: non giudicare il fatto di non riuscire a mantenere l’attenzione e riparti gentilmente da uno fino a che non arriverai a 10. 

Una volta completati i 10 respiri, non ti alzare immediatamente per correre a fare quello che ti preme. Concediti qualche momento per ristabilire il contatto con quello che ti sta intorno, ringraziati per l’impegno che hai messo in questo esercizio e vai a divertirti: se stai per montare su un palco, probabilmente è la cosa che più ti piace fare al mondo. Concentrati su quanto ti piace quello che fai e goditi questa incredibile occasione. 

Se ti va, puoi provare questo esercizio in qualsiasi momento della giornata, quando senti la necessità di ristabilire un contatto con te stess* e quello che ti sta intorno.


Bibliografia

  • American Psychiatric Association, Ed. it. Massimo Biondi (a cura di), DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2014.
  • Kenny, D. (2011). The psychology of music performance anxiety. Oxford University Press.
  • Patston, T., & Osborne, M. S. (2016). The developmental features of music performance anxiety and perfectionism in school age music students. Performance Enhancement & Health, 4(1), 42-49.
  • Shoda, H., & Adachi, M. (2014). Why live recording sounds better: a case study of Schumann’s Träumerei. Frontiers in psychology, 5.
  • Vellers, H. L., Irwin, C., & Lightfoot, T. (2015). Heart Rate Response of Professional Musicians When Playing Music. Medical problems of performing artists, 30(2), 100.
  • Wrigley, W. J., & Emmerson, S. B. (2013). The experience of the flow state in live music performance. Psychology of Music, 41(3), 292-305.



di Lorenzo Pagni