The dark side of british rock

Buon 2020, amici! Come sono andate le vostre feste natalizie? Avete ascoltato tanta buona musica? Se non l’avete fatto (o non abbastanza), avete tutto il nuovo anno per recuperare, quindi non temete! Il primo Restartopic dell’anno lo dedichiamo a un libro che – se vi piace il genere – vi consigliamo di inserire nella lista desideri per il prossimo Natale: All the Madmen di Clinton Heylin. 

Heylin, scrittore inglese classe 1960, ha scritto moltissimi libri sulla musica e ha dedicato gran parte del suo lavoro a Bob Dylan. All the Madmen, pubblicato nel 2012, ha incontrato subito il nostro interesse e, per noi di Restart, rappresenta un’eredità davvero notevole. Il titolo è preso in prestito da una canzone di Bowie dedicata al fratello, rinchiuso per anni in una clinica psichiatrica e il tema è proprio la mental illness tra le icone rock degli anni ’60 e ‘70. I madmen in questione sono piuttosto famosi: Syd Barrett, Peter Green, Nick Drake, David Bowie. Oltre ad avere in comune il fatto di essere impressi nella storia della musica per i loro capolavori, sembra che fossero tutti appartenenti a quello che l’autore chiama “the dark side of british rock”. Nel libro, Heylin gioca ad essere il Virgilio del lettore, che viene scortato in un vero e proprio viaggio tra le cerchie dantesche del rock britannico, in cui è possibile incontrare le anime che hanno avuto a che fare da molto vicino con i disturbi psicologici, la solitudine e la tristezza in un periodo storico dai colori fluorescenti e psichedelici. Dai demoni di Pete Townshend con “Quadrophenia” a quelli di David Bowie con “Ziggy Stardust” e di Nick Drake con “Pink Moon” (peraltro, rivalutato solo post-mortem), la musica diventa portavoce di un disagio sociale importante, che conduce inevitabilmente ad atteggiamenti estremi e autodistruttivi e, talvolta, alla morte.

Heylin parte dal rock, ma in realtà dietro c’è decisamente di più. Infatti, cita spesso il dottor Ronald Laing, un personaggio che gli sta parecchio a cuore. Laing è stato uno psichiatra scozzese, politicamente e intellettualmente considerato di sinistra ed esponente del movimento anti-psichiatrico, nato proprio in quegli anni. Coloro che aderivano al movimento si opponevano a tutte quelle pratiche mediche (alcune ormai obsolete e non più in uso, per fortuna) di cui a lungo si sono avvalsi gli psichiatri per curare le malattie mentali: elettroshock, lobotomia, insulinoterapia. Laing riprendeva le tesi psicologiche e adottava un approccio integrato che vedeva la patologia non come mera affezione, bensì come il prodotto di problematiche sociali, familiari e psicologiche del soggetto. A proposito dei musicisti dell’epoca, infatti, Laing affermava come il disagio dell’artista fosse un fattore non trascurabile di critica alla società stessa o, probabilmente, un vero e proprio prodotto di quel sentimento di incomprensione e di inadeguatezza ai canoni che il sistema societario impone in maniera oppressiva e asfissiante.

Sulla base di questi principi, inoltre, gli anti-psichiatrici rinnegavano i manicomi, promuovendo invece l’inserimento dei pazienti nella comunità attraverso gruppi di terapia. 

La predilezione di Heylin verso questo personaggio ci dice molto sul messaggio che vuole farci arrivare da quest’opera la quale, oltre ad essere un interessante e analitica trattazione di uno dei decenni più prolifici in assoluto musicalmente parlando, sembra voler sottilmente denunciare quella visione rigida e unidirezionale che ha contraddistinto la società (oltre che la categoria medica) per anni e di cui, per certi versi, nonostante i cambiamenti e il progresso, ancora oggi ne sentiamo il peso. 

Noi ci fermiamo qui, altrimenti rischiamo lo spoiler. Non ci resta che augurarvi buona lettura e buon viaggio.