Post performance depression

John C. Buckner, psicoterapeuta e ricercatore americano, l’ha definita “post-performance depression” (PPD). I dati raccolti negli ultimi dieci anni, soprattutto in Gran Bretagna, sembrano indicare una prevalenza di questo disturbo tra gli artisti di musica elettronica. In cosa consiste? Quanto conosciamo davvero questo fenomeno? Poco, a dire il vero, ma sembra essere sempre più frequente tra i musicisti e ha già mietuto diverse vittime: Moby, Erick Morillo, Ben Pearce, Deadmau5 sono solo alcuni nomi che vi possiamo citare, forse i più famosi. Ma colui che ne è stato maggiormente sconvolto e che vi ha trovato anche la morte è Tim Bergling, più noto al pubblico come Avicii. Una vita stroncata a soli 28 anni, dopo un successo planetario arrivato forse troppo velocemente e che non ha lasciato via d’uscita all’artista svedese. Dal 2016, infatti, Avicii si era ritirato dalle scene live, così come Moby, autore di «Play», l’album elettronico più venduto di sempre (12 milioni di copie) che da anni non annuncia più concerti o serate e Deadmau5, quarto nella classifica della rivista specializzata Dj Mag nel 2010 e nel 2011 che, prima di ritirarsi per un periodo, ha scritto sui social: «Come molti altri esseri umani, devo gestire problemi di depressione di cui non voglio rivelare troppi dettagli». 

La PPD, spiega Buckner, provoca disagio mentale, ansia, solitudine e attacchi di panico, con altissimo rischio di dipendenza da droghe e alcol. Perché proprio gli artisti di musica elettronica e non le band? Perché, mentre le band di solito vanno in tour in occasione di un nuovo album, i dj sono in tournée senza sosta. Avicii, ad esempio, ha totalizzato 813 spettacoli nel corso della sua carriera, esibendosi anche fino a 320 volte in un solo anno, quindi quasi ogni sera, in diverse città del mondo, con un ritmo che a lungo andare, diventerebbe insostenibile per qualsiasi essere umano. Inoltre, mentre nella band i componenti possono condividere l’esperienza del palco e darsi supporto a vicenda, i dj sono soli. Per loro, il passaggio dal bagno di folla con la musica altissima, alla silenziosa solitudine della camera d’albergo può rappresentare qualcosa di simile a un trauma. 

Nel 2017, su Netflix, è stato lanciato True Stories, il documentario che racconta la storia di Avicii. LevelsWake me upHey Brother: un successo incredibile e inaspettato. Si capisce, durante la narrazione, come la sua vita sia letteralmente cambiata da un momento all’altro, con l’entrata in scena di jet privati, insonnia, ansia, stress e altissima pressione sociale che, per un ragazzo timido come lui, è forse stata ancor più difficile da accettare e da gestire, tanto da riuscire a trovare conforto solo nell’alcol. Nel 2016, infatti, si ammala di pancreatite che lo costringe all’utilizzo di numerosi antidolorifici e oppiacei, dai quali diventa dipendente. Arrivato a questo punto, Avicii decide, per il bene della sua salute psicofisica, di ritirarsi dalle scene e cancellare tutte le date in programma. Ma, a differenza di come si aspettava, non trova nessuna comprensione e accoglienza da parte dei suoi collaboratori e dei suoi manager, bensì una sola grande preoccupazione: se ti ritiri, perderemo un sacco di soldi. «Fare festa a Ibiza può essere fantastico – ha detto il dj in un’intervista del 2017 – ma è facile diventarne dipendenti e poi sentirsi soli, pieni d’ansia. È uno stile di vita che può rivelarsi tossico. Non ho smesso prima perché mi sembrava di essere strano: perché non mi diverto come fanno tutti gli altri dj? Poi cresci, e cominci a capire che molti di quei dj che sembrano così felici ed eccitati in realtà fanno i tuoi stessi pensieri». Nessuno ha voluto credere a queste parole o, perlomeno, dar loro il giusto peso e leggerne il messaggio subliminale. Avicii aveva bisogno di aiuto e il mondo se n’è accorto solo dopo avergli concesso di darsi per vinto. Ma Tim non è morto invano: Lucien Nicolet – dj di fama mondiale – ha dichiarato che la tragica scomparsa di Avicii l’ha spinto ad aprirsi pubblicamente e a parlare delle sue difficoltà fisiche e psicologiche e della sua vita sregolata e piena di eccessi, causa anche di un infarto a soli 40 anni e che, sia la sua vicenda personale che quella di Avicii, gli hanno permesso di aprire gli occhi. Come fan, come operatori del music business e come psicologi, siamo grati a Lucien per aver compiuto quello che è il primo passo per uscire dall’abisso e tendere la mano a chi ci è già dentro: condividere la propria esperienza. Perché guarire si può, ma non da soli.