La Sindrome dell’impostore

Non sono davvero capace, presto mi scopriranno”. Vi è mai capitato di pensarlo? Per alcune persone, questo sembra essere un pensiero fisso e martellante. Ne abbiamo parlato al Linecheck Festival e durante l’intervista a Radio Bicocca e oggi vogliamo spiegarvela nero su bianco: la sindrome dell’impostore. Non ancora entrata nel DSM (il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), tale sindrome colpisce, indovinate, proprio chi impostore non è. I sintomi sono i seguenti: sentirsi indegni o non meritevoli del successo ottenuto – seppur meritato -, sentirsi in colpa, rifiutare offerte di lavoro interessanti per paura di fallire ed essere “smascherati” e quindi di deludere chi crede in noi; non riuscire mai a godersi la gioia di un traguardo raggiunto.

 

Dal medico allo studente, dal musicista al manager, nessuno sembra essere immune a questa sindrome e le donne, specie quelle che ottengono buoni risultati in ambienti di lavoro prettamente maschili, ne soffrono più degli uomini. La cosa incredibile è che ciò che alimenta la sindrome dell’impostore è
proprio il fatto di ottenere dei nuovi risultati, raggiungere traguardi e fare carriera: tutte cose che accrescerebbero il senso di inadeguatezza. Ma cosa scatena questo tipo di pensiero e chi ne è più colpito? Sicuramente i perfezionisti. Tale sindrome è, infatti, indissolubilmente legata a un
problema di autostima e ad una propensione all’autocritica e all’autovalutazione costante. Alcune persone sono continuamente preoccupate di soddisfare le aspettative altrui o addirittura superarle e non per egocentrismo, bensì per un radicato senso del dovere.

 

Per quanto riguarda la nostra utenza, vi diciamo subito che la sindrome dell’impostore colpisce sia i musicisti che gli addetti al settore musicale, seppure pare che tra i secondi sia più frequente, in particolare tra le donne. In questo tipo di ambiente, infatti, spesso capita di trovarsi ad avere a che fare con persone che sembrano essere sempre sicuri di sé e certi di essere nel giusto, fosse per puro narcisismo o per una questione di facciata. Il problema è che basta sentirsi solo un minimo più fallibile degli altri, che in men che non si dica si cade in un girone infernale di autosabotaggio.

 

Ma perché, ancora una volta, ne sono vittime in misura maggiore le donne? Non vi è un parere unanime a riguardo e gli studi sono ancora in divenire, ma possiamo provare a darvi una spiegazione storica: da sempre, le donne sono poco rappresentate nei posti di responsabilità quindi hanno pochi modelli a cui riferirsi. Inoltre, solo negli ultimi decenni, la classe femminile ha avuto l’opportunità di ricoprire certi ruoli, spesso posizionandosi davanti a quella maschile, soprattutto quando l’ambiente è meritocratico; per questo motivo, loro stesse ne sono sorprese proprio come gli uomini che, spesso, non accettano queste situazioni e utilizzano aggressività e atteggiamenti svalutanti per esprimere il proprio disagio. Inutile dirvi che, se c’è già una base di insicurezza storica e – oserei dire – filogenetica e si è il genere in minoranza, questo non fa che peggiorare la situazione, creando peraltro terreno fertile per l’insorgenza di disturbi d’ansia, depressione ed episodi di burn out. Cosa possiamo fare per arginare questo fenomeno? Come diciamo sempre in Restart, la consapevolezza è la base.

 

Comunicare con i propri colleghi in maniera più positiva e meno oppositiva è un buon punto di partenza, così come cercare il confronto. Scoprirete che più persone intorno a voi di quanto pensavate sono vittime di questa condizione. Infine, vi invitiamo come di consueto, a non aver paura di rivolgervi a un professionista della salute mentale se questi pensieri dovessero diventare invalidanti. E poi, una cosa fondamentale: date sempre il giusto valore a voi stessi e al lavoro che fate.