Il caso Schumann

Arte e follia camminano per mano, si sente dire spesso. Non abbiamo una prova scientifica del fatto che quando c’è una, è presente anche l’altra, ma nella storia delle diverse forme d’arte (musica, pittura, cinema) abbiamo non pochi esempi di questa curiosa quanto oscura accoppiata. E la cosa incredibile è che ce ne sono oggi, ma ce n’erano anche ieri e l’altro ieri. Purtroppo, soprattutto l’altro ieri, chi soffriva di un disagio o di un disturbo mentale spesso veniva emarginato, considerato un reietto della società, senza alcuna possibilità di redenzione e di espressione. Certo, a meno che non fosse nobile o, perlomeno, ricco. Uno dei casi più interessanti del genere è il compositore Robert Schumann, celebre effettivamente sia per le sue grandi opere che per i suoi gravi disturbi.

Nato nel 1810, figlio di un ricco editore e di un’insegnante di pianoforte, all’età di vent’anni (quindi non prestissimo) Schumann iniziò a dedicarsi anima e corpo alla musica, studiando pianoforte e allenandosi costantemente. La sua ossessione per la performance però gli si ritorse contro, portandolo a sottoporsi a strani esperimenti fisici atti a perfezionare la sua tecnica che sfociarono nella perdita dell’uso del dito medio destro e, quindi, lo sfumare della sua carriera concertistica. Questo evento, di certo, non contribuì al mantenimento della sua sanità mentale che sembrava vacillare già dai diciannove anni, quando scrisse su un foglietto il pensiero: “Ho sognato di affogare nel Reno”; a dir poco profetico, dato che circa vent’anni più tardi si gettò proprio nel Reno, nel tentativo di suicidarsi. Le sue energie, dunque, si concentrarono esclusivamente sulla composizione per piano e orchestra, in cui risultò essere particolarmente talentuoso, tanto da averci lasciato opere scolpite nella storia della musica come le “4 sinfonie” e il “Carnaval op.9” che, per la loro peculiare struttura compositiva, potremmo decisamente definire futuristiche e anticipatorie. Il romanticismo e l’esasperazione impregnano la musica di Schumann, che porta in grembo tanto il percorso catartico dell’autore quanto il sentiero tormentato e scosceso della depressione che lo affliggeva. Aggravata dalla precoce morte della sorella suicida, la patologia di Schumann presto si estese, includendo anche una serie di fobie, tra cui quella degli spazi aperti, dell’acqua, dell’essere avvelenato, oltre che di manie ossessive e di controllo compulsivo. Inoltre, soffriva di una serie di problemi fisici tra cui obesità e ipertensione, associati ad un largo consumo di alcol, tabacco, caffè e medicinali. La problematica fisica più rilevante, però, era sicuramente una grave forma di acufeni che, presto, si trasformarono in vere e proprie allucinazioni uditive. Nel testo “Lettere da Endenich”, la moglie Clara Schumann racconta come Robert interpretasse tali suoni immaginari come un coro di angeli che cantavano una melodia che lui cercava affannosamente di trascrivere senza riuscirci; presto, però, gli angeli si tramutarono in demoni e le voci in grida che gli urlavano di essere un peccatore e che sarebbe stato relegato all’inferno per l’eternità. A 44 anni, a seguito del suo tentativo di suicidio, Schumann fu internato nel manicomio di Endenich, da cui appunto il nome del libro sopracitato, che ancora oggi rimane la testimonianza più ricca e attendibile della progressione della sua malattia, fino alla morte due anni dopo l’internamento.

La psicopatologia del compositore è stata – ed è ancora – oggetto di studio da parte di numerosi storici e psichiatri: da Franz Richarz, psichiatra, che lo curò ad Endenich, ipotizzando una patologia organica circolatoria (all’epoca tutto veniva rimandato a patologie organiche perché la psicologia era ancora ben lontana), fino a Peter Ostwald, anch’egli psichiatra ma degli anni ‘80, il quale nel suo libro “Music and Madness” analizza il disturbo di Schumann identificandone una chiara origine psichiatrica. Altre teorie ricondussero il quadro clinico a una schizofrenia o una neurosifilide, ma in realtà, l’ipotesi più accreditata rimane quella di malattia maniaco-depressiva, conosciuta oggi con il nuovo nome di disturbo bipolare. Schumann, infatti alternava momenti di esaltazione e di mania a momenti di terrore e depressione, con un andamento gravemente fluttuante. La cosa incredibile è che le sue opere migliori sono da ricondursi ai momenti di mania, durante i quali era anche straordinariamente veloce nella composizione: per fare un esempio, la Fantasia in do maggiore è stata concepita e realizzata in soli cinque giorni.

La storia di Schumann getta le basi per iniziare una riflessione sulla diade malattia mentale-creatività – che presto approfondiremo anche in ottica neuroscientifica – e sull’importanza di una disciplina come la psicologia che, solo in tempi recenti, ci ha permesso di indagare l’origine dei disturbi mentali, distaccandoci dalla medicina e dalla pretesa dell’alterazione strutturale la quale è certamente più rassicurante nella sua concretezza, ma di contro ci allontana da quello che invece è il nodo cruciale della patologia: la disfunzione. Oggi, inoltre, sappiamo che un disturbo si costruisce nel tempo ed è il prodotto di diverse componenti, dalla genetica al contesto sociale: tale consapevolezza ci consegna gli strumenti adatti per accogliere e comprendere i disturbi mentali, definire una terapia adeguata (e non pericolosa o invasiva) ove necessario e tutelare la parte “generativo-creativa” di tali patologie.